venerdì 9 novembre 2012

Quote rosa al governo, la donna e il rapporto con la politica


Perché vi è una minore rappresentanza del genere femminile nelle istituzioni? Come si può raggiungere la cosiddetta ‘parità dei sessi’ in politica? Cosa modifica le attitudini dei generi sessuali nei confronti della partecipazione politica? Le risposte possono essere molteplici e spesso di carattere soggettivo, ma vorrei esprimere (seppure io sia un uomo e forse non possieda sufficiente coscienza degli aspetti che riguardano la donna nell’intimo e nella psicologia)  una mia opinione a riguardo.

La partecipazione politica può essere definita ‘visibile’, se vi si partecipa attivamente come partecipando alla vita di un partito o di un movimento, oppure ‘invisibile’ se ci si informa ma non si partecipa concretamente. Poi ci sono quei cittadini che non vi partecipano affatto e, tra loro ci sono le donne. Come leggiamo nella documentazione prodotta dall’Istat nel 2010 in merito alla partecipazione delle donne in politica, «sono emerse profonde differenze di genere nel rapporto con la politica. La politica continua ad essere percepita da molte donne come una dimensione lontana dai propri interessi. Solo il 53,6% delle donne, infatti, si informa settimanalmente di politica, contro il 68,5% degli uomini [...] Rispetto agli uomini, le donne manifestano una minore propensione all'impegno e presentano tassi meno elevati di adesione alle diverse forme attraverso cui si esprime la partecipazione attiva alla vita politica del Paese». Perché questo fenomeno?

Tralasciando per ora i mezzi con i quali gli uomini e le donne, con alcune (poche) differenze sostanziali, si informano di politica (televisione, carta stampata, radio ecc..), vorrei soffermarmi sui motivi sociali, a mio avviso, che risultano influenzare maggiormente la differenza tra partecipazione maschile e femminile in Italia. Tra le donne, il motivo principale di non-partecipazione è il disinteresse, come mostra il grafico che segue, diviso solo per alcune delle regioni italiane:


Ma da cosa deriva il disinteresse? Nient’altro che da un’attitudine mancata, ovvero dalla abitudine a non interessarsi di politica che ha prodotto nei secoli, nel genere femminile, una falsa credenza di disinteresse alla materia. Detto in parole povere: la donna si è abituata (sbagliando) a non pensare alla politica perchè la società (e quindi anche l’uomo che l’ha governata) si è risparmiata volentieri, sbagliando, il contributo delle donne in politica. Ma con questo non sollevo affatto il genere femminile dalle profonde responsabilità che solo ad esso sono purtroppo attribuibili.

Non prendo per ora le negative influenze che la religione cattolica ha avuto sui processi di avanzamento della donna all’interno della nostra società, anche in politica. Sarebbe bene rammentare ai lettori che la donna, in tutta la storia della religione (senza fare esclusione dei sacri scritti, come la Bibbia) la donna è stata descritta come un essere a sé, diverso e, per certi versi, inferiore. Domandarsi il motivo per il quale le suore non possano fare messa o confessare i credenti-peccatori è sicuramente lecito ed utile alla nostra discussione. Ma a questo approfondimento sarebbe necessario un intervento a parte.

Vorrei soffermarmi sul fatto che la nostra società possiede una visione della ‘riproduzione’ quasi esclusivamente a carico del genere femminile e a questo vengono scaricate le principali responsabilità della procreazione e della crescita sana dei figli. Come? La donna che partorisce è una donna che, sovente, nella nostra società perde il posto di lavoro e in questa parte importante della crescita morale e spirituale di una società, che è la parte del concepimento e della nascita di un nuovo membro della comunità, la legge non garantisce alla donna un’adeguata assistenza economica e sociale. La donna, che ad un certo punto esce dal luogo di lavoro dal quale si è assentata per ovvi e giusti motivi per tanti mesi, farà difficoltà a reinserirsi nel medesimo o in altro posto di occupazione; lei dovrà ripartire da capo e dovrà nuovamente combattere per salire quella famosa ‘carriera’ che altro non è che il raggiungimento della soddisfazione sul proprio posto di lavoro. E’ qui che si crea  la differenza sociale tra uomo e donna. Sarà quest’ultima ad occuparsi della casa e dei figli e sarà ad essa che verranno limitate, dalle condizioni oggettive di solitudine e di impegni domestici, nuove e stimolanti forme di relazione sociale che anche un posto di lavoro possono creare. Queste hanno sicuramente un ruolo fondamentale nella crescita culturale e spirituale della persona, ma ad un certo punto, nelle fasi della gestazione e della crescita dei figli, queste vengono totalmente a mancare. La donna che è obbligata a restare in casa per curare i propri figli assume un ruolo di casalinga permanente che continuerà anche dopo il periodo post-natale, rimuovendo tempo prezioso alla donna per costruire nuove relazioni sociali al di fuori della casa, e quindi anche per recuperare l’interesse per la politica e, quindi, anche il tempo per poterla eventualmente fare attivamente. Dimostrando a se stessa e agli altri che anche le donne possono e devono interessarsi di politica.

Il grafico rappresenta la partecipazione a comizi nel tempo, per l'uomo e per la donna (dati istat).



Lo Stato, ovvero le leggi, non garantiscono quindi alla donna la libertà di crescere culturalmente e spiritualmente, perché non la sostiene e la lascia in balia di un mondo del lavoro e di una società in preda al semplice profitto e in preda alla distruzione della cultura personale per mezzo della televisione, di cui anche le donne sono forti ‘consumatrici’. Come dicevo all’inizio, non intendo sollevare affatto il genere femminile dalle profonde responsabilità che solo ad esso sono purtroppo attribuibili (una donna detiene comunque la libertà di accendere o spegnere la televisione e di fruire di libri, giornali oppure internet), ma la concezione della donna nel nostro Paese e il ruolo che le è stato designato sono purtroppo frutto di una cultura negativa dell’uomo e della donna che, né l’uomo né la donna hanno mai avuto la volontà (per ciò che riguarda l’uomo) o la forza (per la donna) di modificare alla radice. Questa cultura negativa produce nella donna e nell’uomo un torpore mentale pericoloso che rischia di riproporsi nelle menti delle future generazioni e che, in fin dei conti, incentivano negativamente la donna a disinteressarsi della politica.

Quando qualche politico-candidato afferma che se diventerà Premier farà un Consiglio dei Ministri fatto per metà da donne e per metà da uomini, significa che egli attribuisce alle cosiddette ‘quote rosa’ un valore importante. Per me le ‘quote rosa’ hanno un valore moralmente corretto, ma a patto la loro istituzione abbia solamente un carattere temporaneo. Attribuire alle quote rosa un carattere definitivo e costante nel tempo significa relegare alle donne la qualità di ‘categoria-debole’, quando in realtà è la loro presenza nelle istituzioni ad essere debole non loro in quanto donne. Siccome le donne sono per diritto e per natura intellettivamente uguali agli uomini, non vi è la necessità di garantire (regalare) loro una posizione che sarebbero in grado di guadagnare benissimo in piena autonomia. Le quote rosa dovrebbero avere un carattere temporaneo e dovrebbero essere messe in pratica solo nel Consiglio dei Ministri, ovvero nel Governo, e non nel Parlamento, il quale però dovrebbe essere realmente accessibile a tutti i cittadini, indistintamente uomini e donne. Introdurre le quote rosa anche nel Parlamento significherebbe imporre (a mio modesto parere) una legge controproducente per il genere femminile che attribuirebbe al genere una qualità distintiva tra i cittadini: come dire la donna è diversa dall’uomo e quindi la donna va ‘aiutata’ ad entrare nelle istituzioni perché da sola non ce la fa.

Se invece le quote rosa mantenessero il proprio ruolo esclusivamente nel Governo e soltanto in modo temporaneo, si riuscirebbe a incentivare la creazione e approvazione di leggi importanti per ridurre il gap sociale tra uomo e donna, intervenendo – per fare solo pochi esempi – sull’assistenza economica della donna (e della famiglia in generale) nella gravidanza e nella cura dei figli in tenera età, nella creazione di leggi che incentivino  il lavoro a tempo indeterminato a svantaggio di quello precario, nella messa fuori legge (con pene severissime per la loro violazione) delle cosiddette ‘dimissioni in bianco’ che la donna da molto tempo subisce nei posti di lavoro, nell’istituzione di nuovi asili nido pubblici a prezzi calmierati che possano permettere alle famiglie di non dover scegliere tra il lavoro (ovvero la costruzione e la coltivazione di nuove relazioni sociali culturalmente elevanti) e la vita domestica socialmente poco appagante. Se è vero che sono le donne a conoscere meglio degli uomini la propria condizione sociale è bene che siano loro ad occuparsi di pensare, lanciare e attuare una nuova condizione della donna nel nostro Paese, attraverso un sistema di leggi funzionali e di forte e positivo impatto sociale, producendo nel Paese una rivoluzione culturale che investa anche gli uomini e il senso comune, travolgendolo e stravolgendolo. Sarà utile anche un solo mandato di cinque anni di un Governo per portare a compimento questa nuova ‘carrellata’ di leggi che possano modificare la concezione della donna nella nostra società? Forse sì, a patto che le leggi non siano un palliativo ma reali riforme strutturali, direi rivoluzionarie. Se ciò da una parte produrrebbe maggiore sicurezza sociale per la donna (e quindi della famiglia in generale), maggiore serenità nella naturale procreazione, e più tempo per costruire relazioni sociali e fare politica, dall’altra produrrà il grande beneficio di un modello di donne al servizio del proprio Paese che darà la consapevolezza alle altre donne e agli uomini, che in fondo tutti i cittadini possono occuparsi di politica, indistintamente dal genere, dall’etnia o dall’età. 

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