giovedì 18 ottobre 2012

L'etica, il cittadino distratto e il buon governo

Quando si parla di etica in politica, bisognerebbe innanzitutto affidare il significato esatto alle due parole: etica e politica. La prima deriva del greco (èthos) e significa comportamento; la seconda (pòlis) significa città, o meglio governo della città. La filosofia ha sempre cercato, con l’etica, di distinguere quei comportamenti buoni e giusti, da quelli cattivi e sbagliati ma ad oggi, se osserviamo anche solo con un po’ di superficialità non possiamo non accorgerci che le due parole (etica e politica) viaggiano ormai distaccate e, nell’immaginario comune, l’una rappresenta l’opposto dell’altra. Secondo il filosofo Socrate (469-399 a.C.), considerato il padre fondatore della filosofia dell’etica, affermava che il bene fosse possibile solo attraverso la virtù del sapere, ovvero per fare il bene (evitando il male) bisogna conoscerlo. E certamente non è scontato che chi detiene il potere decisionale è anche buon conoscitore di ciò che decide, perché oggi il governo è affidato a chi, da una parte riesce a districarsi nel carrierismo partitico o movimentista, dall’altra detiene le risorse economiche per disporre di mezzi di comunicazione più efficienti e, certamente in modo consequenziale, anche più costosi. Da ciò deduciamo che non è detto (certamente neanche escluso) che tra gli eletti vi sia qualcuno in grado di soddisfare le richieste dei compiti assegnatogli e, eventualmente a pagarne le conseguenze sarebbero esclusivamente i cittadini elettori i quali a loro volta, per la maggior parte, di soluzioni tecniche di livello strategico nazionale e di vedute complessive dell’intero sistema-Paese, ne sanno di certo poco o nulla. In Italia, secondo i dati Istat, soltanto l’11% circa della popolazione è in possesso di un diploma di laurea, grado di istruzione che permetterebbe con maggiori probabilità un’analisi critica e cosciente di una materia specifica (giustizia, sanità, istruzione ecc.), non solo di carattere politico, ma anche e soprattutto tecnico. 

L’elettore che non conosce a fondo le soluzioni a quesiti di natura prettamente tecnica, per decidere a chi affidare quel potere decisionale, sia in un sistema elettorale che prevede le preferenze sia in un sistema che non le preveda, si affiderebbe alla fiducia del momento o del periodo, più o meno coltivata nel tempo con affezione o convinzione. Un politico o un aspirante-tale che sa bene argomentare il proprio discorso e possiede delle alte capacità oratorie, può saper convincere l’elettore meglio di un tecnico, ma come affermava Socrate, l’oratoria non è altro che la persuasione di chi ascolta e della sua successiva convinzione di sapere. Se l’elettore che ascolta non è un tecnico e quindi non conosce la materia per la quale il politico vuole convincerlo ad esprimere una preferenza per sé o per il proprio movimento o partito, allora l’elettore sarà probabilmente persuaso della veridicità delle affermazioni del politico, senza alcuna differenza che questi faccia il bene o il male del cittadino-elettore. Distinguiamo tra il “semplice parlamentare” e il “ministro”: quest’ultimo è colui che dovrebbe possedere quella preparazione tecnica che non è data possedere al semplice parlamentare e al cittadino. Il Ministro governa e il compito di chi governa non è quello di «compiacere l’elettore» (come scrive la professoressa Alessandra Fussi nel suo saggio “Retorica e Potere”) ma di fare il bene del cittadino e per farlo deve conoscerlo, quindi dovrebbe detenere una preparazione tecnica, soprattutto se ricopre incarichi di Governo. «Compiacere un interlocutore, ottenere riconoscimento, vedere confermata nello sguardo altrui una certa immagine di sé, acquistare potere politico, manipolare le opinioni altrui», non dovrebbero essere i motivi che spingono colui che detiene un posto al Governo. Se ciò accade nei fatti, non è colpa solo di una pulsione umana, sociale e psicologica di chi si candida a sostenere una carica di Ministro, ma quanto di chi detiene il diritto del voto, ovvero il cittadino elettore, il quale mantiene la facoltà di scelta e dovrebbe esercitare quella funzione di controllo su chi vota e poi elegge, il quale a sua volta influenza la scelta dei ministri. Il cittadino però non è attento, egli non si informa adeguatamente e non approfondisce le proprie conoscenze tecniche poiché le condizioni quotidiane, lavorative, economiche e sociali non lo permettono: avere una conoscenza tecnica, ad esempio, sull’economia nazionale e internazionale, o sulla giustizia oppure sulle strategie geopolitiche non è di certo materia di un operaio o di un piccolo imprenditore di provincia. Questi, anche se potenzialmente interessati ad un’informazione più completa e più approfondita, difficilmente raggiungeranno una conoscenza tale da permettere loro di dibattere e prendere decisioni ragionate e coscienti su quelle materie, di competenza esclusivamente tecnica. Non distinguono, almeno sugli aspetti tecnici, tra bene e male, tra giusto e sbagliato. Le statistiche italiane (dati istat 2010) disegnano un quadro scontato sulle modalità con le quali il cittadino medio si informa sulla politica e dove forgia le proprie convinzioni di espressione del voto. Ovviamente è la televisione a farla da padrone, dove la differenza tra contenuto e presentazione del contenuto (tra sostanza e forma) aumenta esponenzialmente, privilegiando la forma piuttosto che la sostanza. Ecco che si fa diminuire (volontariamente o involontariamente) nel pubblico-elettore il senso critico del contenuto di un’esposizione, modificando il giudizio o la percezione di un certo candidato, il quale apparirà capace o meno capace, a seconda di come quest’ultimo venga presentato dalla trasmissione in onda. 



Appare però chiaro che l’elettore non è obbligato ad informarsi in televisione, anche se quest’ultima appare come lo strumento più veloce, economico e intuitivo per farsi almeno un’idea sul mondo che lo circonda. Infatti le sciocchezze che la televisione propina quotidianamente ai telespettatori (sempre meno critici e coscienti) producono alcune credenze, delle quali rimangono responsabili quasi esclusivamente proprio gli elettori, poiché questi conservano ancora la facoltà di scegliere come, dove e quando informarsi, soprattutto con l’avvento di internet. Secondo uno studio pubblicato su http://www.audiweb.it, infatti, nell’aprile 2012 ben 28,6 milioni di italiani si sono collegati al web e, la maggior parte di essi possiede la maggiore età e quindi il diritto di voto. 



Confrontando i dati più in alto citati e questi ultimi, si deduce che internet non viene usato dalla maggior parte degli utenti (cittadini elettori) per informarsi, ma come semplice svago o per comunicare con altri. Essi preferiscono, a quanto pare, farsi plagiare dai facili spettacoli d’informazione televisiva, preferiscono demandare ai professionisti della retorica le decisioni da prendere sulla propria vita e sulle materie strategiche del proprio Paese. «L'adulazione del politico di turno, come scriveva Platone va a caccia di ignoranza e la abbindola con ciò che è più piacevole al momento». I cittadini, purtroppo, non sono ancora pronti per una democrazia più diretta e non sono ancora pronti a scegliere tra l’etica e la retorica. Ma chi davvero crede in una democrazia più giusta, più funzionale e più diretta deve ben conoscere, da una parte i limiti oggettivi che un sistema democratico comporta e le grandi potenzialità che esso conserva e che non ha mai voluto esprimere per poter superare quei limiti. 

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