venerdì 26 ottobre 2012

La corruzione e l'egoismo in politica

E’ attuale, non solo in Italia, il problema della corruzione in politica e del comportamento egoista e furfante, di alcuni politici, ovvero dei rappresentanti del popolo. Spesso essi possono arricchirsi in denaro ed in potere, alle spalle dei cittadini, elettori. Ciò accade a tutti i livelli, da quello comunale a quello nazionale e nessuna realtà è ad oggi immune da questi problemi che intaccano e fanno ammalare il sistema democratico. 

La democrazia rappresentativa esiste anche quando chi detiene temporaneamente il potere, ovvero il rappresentante, sia in grado di rispettare la volontà del popolo che lo elegge, e si allontani, quanto più possa, dal soddisfare solamente i bisogni e gli interessi personali (interessi privati). Quanto più questi interessi privati (che, secondo le leggi attuali, permangono comunque) si avvicinano o meglio corrispondono a quelli collettivi, tanto più la democrazia rappresentativa può generare il bene per la collettività. Come è possibile fare in modo che il bene collettivo sia il più vicino possibile al bene privato del rappresentante? Il potere è anche detto sovranità ed è composto dalla legge (e dalle sue punizioni) e dalla libertà. La libertà viene limitata dalla legge per consentire a tutti di usufruirne in egual misura. I diritti rientrano nella libertà e anch’essi sono limitati dalle leggi, perché un cittadino ha il diritto di acquistare, di vendere o di firmare contratti privati, ma non possiede il diritto di uccidere o di rubare.

 Se suddividessimo il potere (legge e diritti) in tante piccole parti quanti sono i cittadini dello Stato, potremmo affermare che ogni piccola parte appartiene ad ogni cittadino. Questa parte la chiamiamo “potere privato” e, in modo naturale, tende al vantaggio personale. Una parte di questo potere privato viene ceduta temporaneamente al rappresentante che, nella sua funzione politica, mantiene il suo status di cittadino privato, in quanto la sua persona non viene esclusa da ogni altro diritto che possiede qualsiasi altro cittadino, cioè non gli viene decurtato quella piccola parte di “potere privato” uguale a tutte le altre parti possedute nel medesimo tempo da tutti gli altri cittadini. Il rappresentante preserva quindi il diritto di acquistare, di vendere o di firmare contratti. Egli non perde nulla di ciò che aveva in quanto cittadino, ma guadagna in aggiunta la sua funzione pubblica di rappresentante e, quindi, acquisisce il potere decisionale temporaneo, ovvero quella parte ceduta dal cittadino e sottratta al “potere privato” di ognuno. Il rappresentante può, quindi, decidere per tutti gli altri cittadini, sia che essi lo abbiano votato, sia che essi lo abbiano avversato. Egli detiene un potere in più rispetto agli altri cittadini, che chiamiamo “potere collettivo”.

 Se il rappresentante venisse temporaneamente decurtato del suo “potere privato”, a egli rimarrebbe solo il “potere collettivo” che egli conserva temporaneamente fintanto che occupa la posizione di rappresentante. Il rappresentate rimane comunque e a tutti gli effetti un cittadino dello Stato, ma senza il “potere privato” ovvero il potere di avvantaggiare se stesso. Egli potrebbe avvantaggiare solo e soltanto la collettività. Ma se il rappresentante prendesse decisioni per il solo bene collettivo, e non per se stesso, anche lui se ne avvantaggerebbe nel presente e nel futuro, perché egli è cittadino ora e lo sarà domani. Egli godrà dunque dei vantaggi conquistati tramite la sua giusta e buona decisione ora e domani. In questo modo il bene collettivo è anche il bene del rappresentante in quanto anche lui è cittadino e anche lui fa parte della collettività. Decurtato temporaneamente del suo “potere privato”, il rappresentante non può cadere nella tentazione di avvantaggiare solo se stesso a discapito degli altri. Nell’avvantaggiare se stesso, beninteso rientrano anche le agevolazioni a favore della la propria famiglia o della propria cerchia di amici, nonché di colleghi di lavoro e di conoscenti. Queste categorie (che sommandole definiamo “cerchia”) dovrebbero essere sottoposte a controlli e, se necessario, a limiti (di fattispecie diverse da quelli sottoposti al politico/rappresentante).

 Ritornando alla domanda iniziale, come è possibile fare in modo che il bene collettivo sia il più vicino possibile al bene privato del rappresentante? La risposta è ora più semplice: far sì che il rappresentante non possa soddisfare interessi personali immediati e quindi non possa avvantaggiare se stesso e la sua cerchia nel tempo presente. Non possa cioè godere del “potere privato”. Il rappresentante non dovrebbe possedere quel “potere privato” che gli consentirebbe di vendere, comprare o firmare contratti. Siccome nessuno desidera il male per se stesso, ma solo e soltanto il bene, quindi preferisce il vantaggio allo svantaggio, queste attività (comprare, vendere e firmare contratti), normalmente e naturalmente, vengono eseguite solo per avvantaggiare se stessi e non gli altri. Se il fine della democrazia rappresentativa è il bene collettivo, allora questo ragionamento dovrebbe essere legge dello Stato, per conquistare o riconquistare la fiducia dei cittadini (il che aumenterebbe il loro grado di partecipazione e quindi di coscienza civica), per far sì che la politica sia realmente promotrice di giuste e coerenti decisioni, sempre e soltanto nel bene collettivo.

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