lunedì 22 ottobre 2012

La bellezza come cura del degrado e dell'individualismo


Quando una città può essere considerata bella? Il concetto di “bello” è un concetto apparentemente astratto, dove è il gusto soggettivo a stabilire se un oggetto è bello oppure brutto, ma tra questi vi sono alcuni oggetti che sono belli universalmente, perché donano in modo naturale a chi li guarda un senso di armonia ed equilibrio. Se prendiamo in considerazione gli oggetti della natura, una mela può essere considerata un bel frutto perché possiede una figura armonica e razionalmente riconducibile ad un oggetto geometricamente equilibrato, anche se imperfetto. Così un cavallo di razza, che sia oggettivamente sano, è un animale bello da vedere anche se con quale imperfezione. Inoltre la mela e il cavallo (per continuare su questi esempi) riportano il soggetto che li guarda nell’ambito della natura così com’è e come è sempre stata, prima che nascesse l’uomo e nascessero le città. La natura è bella per definizione e nessun uomo o donna, appartenenti a qualsiasi civiltà passata e presente, affermerebbe il contrario, poiché l’uomo e la donna fanno anch’essi, in primis come animali e poi come cittadini, parte della natura nella sua evoluzione. Dire che la natura è brutta è come dire che la specie umana è brutta.

Quindi un oggetto naturale è da considerarsi anche bello, ma anche ciò che non è naturale può essere bello e gli esempi di città esteticamente belle ne abbiamo tantissimi: qualche esempio potrebbe apparire superfluo ai lettori che conoscono l’Italia ma mi è utile per dimostrare che una città è bella soprattutto quando mantiene il contatto con la natura. Un piccolo paese ben conservato, che mantiene i suoi monumenti antichi in buone condizioni, arroccato su di una collina, circondato da vigneti e boschi, è considerato universalmente bello perché, oltre a mantenere un diretto contatto con la natura è anche storicamente collegato all’evoluzione di quel paesino e dei suoi abitanti. Quel paesino non ha perso l’anima della propria storia che nacque nella natura assieme al lavoro, alla tradizione e ai costumi, che hanno fatto stanziare in quel luogo e crescere nel medesimo, innumerevoli generazioni di persone che hanno saputo e voluto conservare il carattere originario dell’uomo nella propria natura. Anche un antico fienile è parte della natura perché è nella natura dell’uomo averlo costruito per il proprio lavoro; una chiesa antica è da considerarsi naturale perché è nella natura dell’uomo avere tradizioni religiose; è naturale una piazza perché è nella natura dell’uomo ritrovarsi in un luogo dove comunicare. Quanto più questi oggetti si avvicinano alla natura intesa come terra, piante, animali e quanto più si avvicinano alla natura dell’uomo, tanto più essi sono considerati belli universalmente. Un antico monumento costruito in mattoni di terracotta (elemento derivante dalla natura e vicino ad essa) è più bello di un monumento costruito in prefabbricati di cemento; così una piazza lastricata di sassi e pietre ben disposti è più bella di una piazza asfaltata con catrame e cemento. Nulla togliendo alle qualità dell’asfalto e del cemento per il loro basso costo e per la loro durevolezza, è scientificamente innegabile che il cemento e l’asfalto abbiano un impatto negativo sull’ambiente (gli aspetti dannosi chimico-tossicologici del bitume o le scorie che troviamo abitualmente nel cemento  ad esempio) e sull’estetica di un paese così come di una grande città.

Allo stesso modo ciò che è brutto è tale universalmente: avete mai sentito dire che una discarica fosse bella e armoniosa per qualcuno? Una carcassa di un’automobile abbandonata e data alle fiamme può essere considerata un bell’oggetto? Una strada sporca di rifiuti è bella? Così anche una casa fatiscente o un ponte in pessime condizioni, possono essere ritenuti belli? Una chiesa in cemento armato o in prefabbricato è peggiore di una in terracotta, decorata finemente? Alcune città degradate sono oggettivamente brutte da vedere perché non conservano nulla che sia riconducibile ad un vivere armonioso dell’uomo con la natura: le periferie spesso mantengono il valore dell’utilità (case in cui abitare, negozi in cui acquistare, uffici o fabbriche dove lavorare) ma sovente perdono la bellezza, e il cittadino ne risente socialmente e psicologicamente.  

Una città brutta da vedere è spesso anche una città poco vissuta e, viceversa, una città poco vissuta è una città che, mano a mano, generazione dopo generazione, diventerà sempre più brutta esteticamente. Un circolo vizioso che qualcuno dovrà fermare, pena il degrado e l’abbandono del posto da parte dei suoi cittadini. Un abbandono non soltanto fisico, nel senso si abbandonare un luogo e trasferirsi altrove, ma anche nel senso della cura che si dovrebbe avere per il luogo dove si vive, cioè lasciare la città nel degrado e nella incuria. E’ bene tener presente che un monumento, una piazza o una chiesa antica non vengono rovinati solo dal tempo, ma anche e soprattutto dall’incuria. Vivere un luogo (non vivere in un luogo) significa frequentarlo anche oltre l’orario lavorativo e un luogo bello esteticamente riesce maggiormente a spingere i suoi abitanti a frequentarla e invita questi a stringere sempre più nuove relazioni sociali e, di conseguenza, a crescere culturalmente. Una cittadinanza con elevata cultura (nozione per il nostro fine volutamente distante dal concetto di istruzione scolastica, anche se quest’ultimo elemento incide parecchio sulla partecipazione attiva dei cittadini alle decisioni comuni) è una cittadinanza maggiormente partecipe delle decisioni politiche e meno incline a decadere nella negligenza per la cosa pubblica. Non solo: maggiori relazioni sociali e una più elevata cultura del senso civico creano maggior controllo dei cittadini sui cittadini, poiché questi tenderanno ad escludere dalle proprie azioni quelle inadatte alla loro desiderabilità sociale. Tutti sanno che gettare una cartaccia per strada è socialmente scorretto, ma quell’azione diventerà sempre meno frequente tra i cittadini quando questi si sentiranno culturalmente, socialmente ed emotivamente costretti a non farlo perché si convincono che risulta essere un’azione riprovevole. Questo inevitabilmente genera altruismo, perché si saprà che mantenere la bellezza lo so fa per se stessi e per gli altri.

Gettare una cartaccia in una periferia degradata è tanto riprovevole quanto gettarla nel centro storico di Assisi, ma è certo più facile che accada la prima azione piuttosto che la seconda. Questo perché una bella città spinge i propri cittadini o gli ospiti ad averne maggiore cura; un luogo bello esteticamente comporta quindi un miglioramento effettivo nel comportamento delle persone che lo vivono, elevano queste ultime culturalmente e si imprime nella generazione presente l’educazione al rispetto della cosa pubblica, educazione che continuerà per le successive generazioni. Chi governa la città, se possiede la coscienza di questo, può e deve spezzare quel circolo vizioso che imbruttisce le città e incattivisce i cittadini, può e deve imporre una riqualificazione estetica dei luoghi dove i cittadini si incontrano abitualmente e invitare chi non li frequenta a farlo soventemente, può e deve rigenerare una cultura della bellezza estetica del vivere collettivo. Sarà la bellezza a salvare le nostre città dal degrado e dall’individualismo.

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